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paolodallazonca

1994-2010: La Disastrosa Crociata del signor B.

diario 3/3/2010

1994-2010: la Disastrosa Crociata del signor B

 

Ho appena finito di leggere il classico “Storia delle Crociate” di Steven Runciman (1903-2000), testo che, uscito in prima edizione nel 1951 (prima edizione italiana 1966, ultima BUR-Rizzoli 2002), resta tuttora un “fondamentale” per comprendere in pieno storia e conseguenze storiche del fenomeno crociato.

 

Il collegamento con le vicende di oggi in Italia, in particolare in relazione alla dabbenaggine e dilettantismo, emersi nella vicenda della mancata presentazione delle liste elettorali a Roma, e delle sviste formali per le stesse a Milano, ma anche corruzione e malaffare, della classe politica cresciuta nella scia del signor B., non sta tanto nel contenuto specifico degli eventi, quanto nella logica con cui cause ed effetti, essi sì, si snodano e si ripetono con schemi più o meno comparabili nelle varie vicende umane. Tenuto conto che il signor B. ha spesso dipinto la sua discesa nel campo della politica con toni da crociata, avendo pure utilizzato, in più di una occasione il termine, ci sentiamo autorizzati al paragone irriverente.

 

Riporto quindi alcuni passi della breve Conclusione al testo dell’illustre storico britannico, con la preghiera, al lettore di queste note, di provare a sostituire le espressioni “Occidente” o “cristiani” con PdL-Forza Italia, e signor B-potere berlusconiano, “Oriente”, e “infedeli” con Italia, governo e “comunisti (le opposizioni)”. Gli omissis che compaiono nella forma […], riguardano passaggi specifici della storia delle crociate che in questa comparazione, che è di sistema di svolgimento della logica degli eventi, non sono pertinenti perché esempi e richiami del discorso originale. Portate dunque pazienza.

 

…I crociati stessi non sapevano spiegarsi i propri insuccessi: combattevano per la causa dell’Onnipotente e, se la fede e la logica erano giuste, la loro causa avrebbe dovuto trionfare […]. Ma dopo la prima crociata venne un lungo seguito di disastri, e perfino le vittorie della terza crociata furono incomplete ed effimere. C’erano evidentemente forze demoniache che contrastavano l’opera di Dio; in un primo tempo si potè far ricadere la colpa su Bisanzio […]; eppure le cose andavano di male in peggio. Certi predicatori moralisti affermavano che Dio era adirato con i suoi guerrieri a causa dei loro peccati, e c’era forse in ciò una parte di verità; ma questo argomento cessò di essere una spiegazione esauriente quando San Luigi condusse il suo esercito in uno dei più grandi disastri mai subiti dai crociati; egli, infatti, era considerato dal mondo medievale un uomo senza peccato. In realtà, non fu tanto la malvagità quanto la stoltezza che rovinò le guerre sante, eppure la natura umana è di tal fatta che un uomo ammetterà molto più facilmente di essere un peccatore che uno sciocco. Nessuno tra i crociati avrebbe voluto riconoscere che i loro veri delitti erano un’ostinata e meschina ignoranza e un’irresponsabile mancanza di una visione generale del mondo.

 

Ci siamo, per il momento? Riassumo. L’illusione della giustezza della causa, la malvagità proiettata sugli “altri” a prescindere, e se beccati in castagna, “non sono un santo”, quante volte lo abbiamo sentito ripetere a mo’ di scusante? Infine, l’inganno che non si vuole ammettere di avere subito, per non passare da stupidi. Proseguiamo con la Conclusione del Runciman.

 

La fede fu il movente principale che spinse gli eserciti cristiani verso Oriente, ma la sincerità e la semplicità stessa della loro fede li fece cadere in errore: li condusse attraverso incredibili privazioni alla vittoria della prima crociata, il cui successo sembrò miracoloso e li indusse perciò ad aspettarsi che nuovi miracoli avrebbero continuato a salvarli quando fossero sorte le difficoltà. La loro fiducia li rese scioccamente temerari, e ancora nelle ultime spedizioni […], essi erano sicuri che avrebbero ricevuto l’aiuto divino. Inoltre la loro fede, con la sua estrema semplicità, li rendeva intolleranti: il loro Dio era un Dio geloso, essi non potevano nemmeno concepire l’idea che l’Iddio dell’Islam fosse la stessa potenza. […]…e secondo loro, chiunque mostrasse qualche tolleranza verso gli infedeli era un traditore. Erano sospetti e biasimati persino coloro che adoravano il Dio cristiano con un rituale diverso.

 

Ci siamo? Il signor B. ha lanciato per anni ai suoi potenziali elettori dei messaggi estremamente netti e semplificati, e la “cultura” politica che ne è venuta fuori è quella che conosciamo, con quei caratteri di fede e di fiducia totalmente acritica nei confronti del Divo Silvio e delle sue parole e slogan, così come quella netta intolleranza, e visione molto chiusa di ogni possibile idea alternativa, di dignità della stessa, e di ogni possibile sua legittimità, solo per non essere in accordo con la propria fede. Ma il bello, in relazione alla classe dirigente venuta a formarsi, trova di nuovo un parallelo nella storia, e nell’immediato, successivo paragrafo della Conclusione della Storia delle Crociate di Runciman.

 

Questa fede sincera si accompagnava spesso con una spudorata cupidigia. Pochi cristiani ritennero disdicevole combinare l’opera di Dio con l’acquisto di vantaggi materiali. Era giusto che i soldati di Dio sottraessero terre e ricchezze agli infedeli, ed era pure giusto derubare gli eretici, nonché gli scismatici. Le ambizioni terrene diedero incentivo al coraggioso spirito di avventura su cui era fondato in buona parte il primitivo successo del movimento, ma la cupidigia ed il desiderio smodato di potere sono padroni pericolosi: essi generano impazienza, perché la vita dell’uomo è breve ed egli ha bisogno di rapidi risultati; generano invidia e slealtà, perché le cariche e i possedimenti sono in numero limitato ed è impossibile soddisfare ogni pretendente […].

 

Mi pare che possa bastare.


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permalink | inviato da pdzeta il 3/3/2010 alle 13:41 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa

Dal Mito della Violenza, all'Elusione del Potere

diario 8/1/2010

La Violenza sembra essere l’unica cosa che faccia davvero paura alle classi dirigenti, soprattutto a quelle dei Paesi cosiddetti civili e democratici, nonostante che esse stesse ne facciano larghissimo uso, seppure in forma indiretta.

 

E’ violenza costituire, creare e difendere un sistema sociale che preveda costitutivamente l’esclusione di ingenti nuclei di persone.

 

E’ violenza illudere queste persone, di fatto in soprannumero rispetto per esempio alle esigenze della produzione, che ci sia spazio di sopravvivenza, di vita, di miglioramento e prosperità per tutti, quando questo non è palesemente vero.

 

E’ violenza premeditare e implementare lo sfruttamento commerciale e politico di queste masse di persone, per farne clienti e consumatori, pubblico e platea, fonte di sostegno e di legittimità, mantenendone nei fatti lo stato di massa di manovra, in pratica di schiavi semiliberi.

 

E’ violenza costringere altre masse di persone, quelle utilizzabili nel sistema produttivo e di servizio alla produzione, ad uno stile di vita obbligato dalle esigenze della produzione, e a non permettere loro possibilità alternative nelle proprie scelte di vita e modi di produzione degli strumenti necessari (e sufficienti) alla vita.

 

E’ violenza quella applicata ad ogni istanza in contrapposizione a quella visione, attraverso l’esclusione (sempre lei) dalla possibilità di comunicare il proprio dissenso, o di rivelare l’inganno, o i meccanismi del sistema di esclusione e sfruttamento.

 

Le leggi, la consuetudine e la morale pubblica si rifiutano di vedere violenza nel cosiddetto sistema liberale, le cui cinque violenze sopra riportate sono il lato oscuro, che si vuole inconoscibile, ma soprattutto inevitabile, perché non lo si vuole regolamentabile.

 

La violenza viene invece vista volentieri, e altrove, dal Potere in forme più blande di violenza indiretta.

 

E’ violenza cercare tutti i modi di far conoscere le proprie esigenze concrete, le proprie idee diverse, le proprie proposte alternative, il chiedere giustizia, equità, trasparenza, o anche solo di essere lasciati in pace?

 

E c’è poi la Violenza vera. Quella fisica, quella che fa male, che fa uscire il sangue, quella che termina. Quella che, davvero, fa paura al Potere, e ai potenti, ma solo nell’ipotesi di subirla. Quanto a infliggerla, nessun problema.

 

Il Potere crede di essere eterno, e questo è umano. L’Uomo teme e sfugge l’idea della propria mortalità, e fa male. Essere coscienti di questa fine ineluttabile renderebbe più sereni e più forti, e meno manipolabili. Molti ostacoli sono posti sulla via dell’Uomo Cosciente e Sereno e Forte, il modo di produzione sfruttato, l’obbligo sociale della Famiglia, il ricatto economico-tecnocratico della riproduzione incanalata, e quindi dell’allevamento della prole nel solco della via tracciata dal Potere, piccoli consumatori da subito, e poi consumatori, e poi riproduttori di nuovi consumatori, e così via, a garantire la permanenza, e la produttività, del gregge, riproduzione quindi espropriata del suo carattere naturale e spontaneo.

 

Ma, se i potenti fossero messi nella condizione di vedere più da vicino la propria mortalità?

 

Non lo si dovrebbe fare per il “popolo”, come si sono illusi di fare per decenni i bene intenzionati portatori di istanze politiche rivoluzionarie radicali, socialiste, in generale, cosiddette, progressiste. Questo perché il popolo, essendo composto di esseri umani, cioè imperfetti, divisi, manipolati e ricattati, non è nè cosciente, nè ricettivo. E’ l’umanità ad essere fallita, non questo o quel sistema politico.

 

Le insurrezioni popolari, nella storia, sono sempre finite male. Il popolo insorto, come somma di individui esasperati per l'uno o l'altro motivo, è una somma di istanze individuali spesso inconciliabili, e l’effetto delle insurrezioni di massa è sempre stato quello della violenza indiscriminata, inutile, diffusa, senza capo né coda. Le élite espresse dai moti insurrezionali si sono sempre dovute distaccare dalle masse che le hanno espresse, e farsi Potere, o venire a compromessi con il Potere contro cui erano insorte. In rari casi il cambiamento è stato davvero radicale. La Rivoluzione Francese spazzò via un vecchio sistema, ma si fermò al di qua della rivoluzione sociale. Lo stesso fecero le rivoluzioni del 1848, e lo stesso accadde, nei fatti, con la rivoluzione sovietica. Il problema, quindi, sembra essere quello di appartenere all’élite giusta, quella vincente, o quella che si vuole far vincere, perché in quella vittoria si vede una vittoria anche personale, cosa che però, difficilmente, è così davvero.

 

Ma coloro che, per una ragione o per l’altra, hanno perso, o non sanno prendere, il treno dell’élite “giusta”, cosa devono fare? Si devono rassegnare al ruolo di iloti, o di esclusi, che il sistema assegna loro, o abbracciarlo con gioia? Si devono terminare da sé? O si devono ribellare? E come ribellarsi? Con la violenza? Chi sa usare molto meglio la Violenza è di sicuro il Potere. Meglio, quindi, prevedere una rinuncia tattica alla violenza in senso attivo, pur non escludendola mai a priori in senso difensivo.

 

La ribellione attiva, violenta, tesa all’abbattimento del sistema esistente, allo scopo di sostituirlo, se non siamo un sistema o in un sistema alternativo abbastanza ben strutturato e forte, non può riuscire. Il Potere, grazie anche alle masse vuoi manipolate, vuoi condizionate, vuoi ricattate, o rassegnate su cui esso si sostiene, può essere troppo forte, ed esercitare in autodifesa, e in piena legittimazione, livelli di violenza fisica definitivi.

 

Se non possiamo abbatterlo, possiamo eludere il sistema? A livello individuale, sì, ma il prezzo è esorbitante, ed è l’isolamento, l’alienazione, in ultima analisi lo stigma, la dissoluzione di sé, l’annullamento. E’ il crimine individuale e solitario, non incisivo, disperato, in ultima analisi, l'emarginazione inutile e stupidamente autodistruttiva.

 

Collettivamente, l’elusione del sistema può essere possibile, ma costa molto. La criminalità organizzata è un modo di porsi fuori dal sistema, ma è molto simile ad esso. Il fine che si propone è di saccheggiare, taglieggiare, derubare parte del sistema, a partire però dal basso, dagli elementi minori, e più deboli, del sistema, cioè la sua povera base popolare e sociale, cioè il popolo comune e senza potere. La criminalità organizzata, cioè, semplifica ed estremizza il comportamento dello stesso sistema che la produce, imitandone, su scala ridotta, a partire da un livello geografico locale (per esempio), e senza finzioni legali, le stesse logiche. Il Potere, riconoscendo nel Crimine Organizzato un proprio simile non autorizzato e non controllabile, lo combatte: il Potere, come la Criminalità Organizzata, è monopolista, e non tollera poteri alternativi. Quando, come capita in alcune situazioni, anche in questa Repubblica, Crimine Organizzato e Potere sembrano venire a coincidere, è perché i due sistemi, come già detto, sono diverse espressioni della stessa logica (sfruttamento ed esclusione le parole chiave), e alcuni strumenti del Potere possono riconoscere ed apprezzare certe libertà dai vincoli legali che il suo omologo e avversario può esibire. I due omologhi e avversarri posso no trovarsi a non poter prevalere l’uno sull’altro in modo definitivo, e venire quindi a una convivenza. Il Potere viene quindi corrotto, in senso morale, ma non lo è per niente in senso funzionale. La Criminalità Organizzata è un nemico dello Stato, se questo fosse non strumento del Potere, ma entità giusta e servizievole.

 

Si è introdotta a questo punto una diversificazione delle categorie di analisi. Il Potere non è necessariamente lo Stato, lo Stato non è necessariamente il Potere. Lo Stato può sussistere senza Potere, dovrebbe però sussistere, necessariamente, attraverso dei poteri (l’uso di maiuscole e minuscole non è casuale), provvisto che questi siano benigni e disinteressati, cioè in grado, attraverso un preciso Senso dello Stato, di essere davvero al servizio dei cittadini. Nello stato attuale di questa Repubblica, e di molti Stati fondati sullo stessa schema politico (Stato liberale, democratico e costituzionale), il male non è, sulla carta, lo Stato in sé, ma i Poteri esterni a questo, che in modo distorto, a mio modo di vedere, risultano troppo tutelati dallo stesso. In parole molto povere, è l’Impresa Privata, e le sue logiche non democratiche, a minare la legittimità e la moralità dello Stato che, se messo al servizio dell’Impresa, diventa Potere (dove la maiuscola mi dà il connotato negativo che voglio qui sottolineare).

 

Lo Stato, sulla carta, secondo cioè, per esempio, la lettera della Costituzione di questa Repubblica, sembrerebbe intrinsecamente “buono”, e così dovrebbe essere la società che lo sostiene e legittima. Uno Stato siffatto non dovrebbe vedere un pericoloso concorrente in sottosistemi sociali alternativi che si fondassero su un analogo sistema costituzionale, o statutario, improntato a principi di libertà, uguaglianza, legalità, giustizia, dignità, eccetera.

 

Nel prossimo articolo di questa serie proporrò l'ipotesi della sostenibilità di un modello di sottosistema sociale che, nella Storia, si è già visto, in parte funzionale, ragionevolmente democratico, giusto ed egualitario e che è scomparso più che altro, da quello che ho capito, per via dell’affermarsi graduale di più moderne, prototipo delle attuali, forme di organizzazione statuale, ossia dell’affermarsi di un nuovo Potere, di nuovo maiuscolo, esclusivista e intollerante di sistemi alternativi. Si tratta dei modelli di organizzazione tribale dei Popoli migranti in Europa Occidentale del III-V secolo d.C. e seguenti, e di una reinterpretazione dello stato di hospitalitas e foederatio concesso dal morente Impero Romano d’Occidente ai raggruppamenti tribali che si insediavano sul suo territorio.

 

Non è cambiato nulla (almeno, così mi pare)

diario 8/1/2010

"In tempo di pace, poi, le cose vanno anche peggio [nella Roma d'Oriente], e ciò a causa delle tasse oppressive e dei costanti raggiri di manigoldi senza scrupoli, per i quali le leggi manifestamente non valgono. Se infatti un ricco o un potente vanno contro la legge, non pagheranno alcuna pena; un povero, invece, che non sappia difendersi, può star certo della pena prescritta, se pure, estenuato dalle lungaggini processuali, non si dia da sè la morte prima ancora dell'emissione della sentenza..." Prisco di Panion, Excerpta de Legationibus Romanorum ad gentes, V secolo d.C., ambasciatore romano-bizantino alla corte di re Attila degli Unni intorno al 450, a proposito di quanto osservatogli da un ex cittadino romano, preso prigioniero dagli Unni anni prima, e felicemente integratosi tra gli stessi, sulla civiltà che aveva lasciato...mi pare che in 1500 anni non sia cambiato molto, vi pare?

Quello sopra riportato è uno dei miei passi preferiti, perchè è uno di quelli che danno un senso alla mia passione letteraria (nel senso del lettore) rappresentata dallo studio della Storia. La Storia, si dice, è maestra, perchè, anche se non si ripete tale e quale (cambiano condizioni, relazioni, contesti, eccetera),rappresenta come la logica di massima che guida e regola le relazioni sociali sia, bene o male, abbastanza invariabile.

Ultimamente (gli ultimi venti anni più o meno), alcune letture hanno rinforzato questa mia percezione. Parliamo del ruolo del "popolo", e delle istanze politico-sociali cosiddette "di sinistra", della loro presunta "giustezza", del timore che hanno sempre suscitato nelle classi dirigenti, in buona sostanza al perchè gli unici esperimenti politico-istituzionali ispirati a quelle concezioni (l'Unione Sovietica ed imitazioni a seguire), per cercare di imporsi, sebbene, almeno all'inizio, convinte dell'estrema giustezza delle sue idee fondanti, si siano trasformate, fronte all'incomprensione dei contemporanei, in stati di polizia oppressori della libertà individuale. Parliamo poi di come i sistemi politici alternativi, o antagonisti, liberali, o classisti, non navighino in acque migliori, per via delle inevitabili contraddizioni, che, pur esistenti, sono tuttavia più difficilmente riconoscibili.

E' un percorso lungo, e credo che mi occuperà per diverso tempo, ma non avendo altro da fare, credo che ci possa stare.

Le tesi che cercherò di dimostrare (in primo luogo a me stesso), sono che: 1. la natura umana, dell'essere umano, è un groviglio contrastante e contradditorio di passioni, pulsioni, reazioni, illusioni, speranze, autoinganni, eccetera, tale da costituire, dentro ognuno di noi, uno stato di "divisione" tale da consentire, all'opportuno, spregiudicato manipolatore di turno, di "imperare" a piacimento. 2. Non esisterebbero istanze o idee (o persone) intrinsecamente "buone" o "cattive", tanto che il conflitto tra parti in contrasto sul terreno delle idee, o su quello dei modi di fare e interpretare le cose e il mondo resta come una costante eterna delle relazioni umane. 3. Gli odierni sistemi democratici, sulla carta i meno peggiori possibili, sono evidentemente soggetti a rischio di abuso, da parte di classi dirigenti soggette, inevitabilmente, alla imperfetta condizione umana di cui ai punti 1 e 2. 4. In un sistema socio-politico, sulla carta democratico, sottoposto ad abuso, come ritengo che sia lo stato corrente della Repubblica, le parti che non venissero a sentirsi rappresentate, o peggio, sfruttate, o ingannate, o scartate, come dovrebbero regolarsi?

I quattro temi conduttori verranno trattati separatamente di volta in volta, senza nessuna pretesa di completezza, e con garanzia di revisione, integrazione e ampliamento ad ogni nuovo elemento che via via si aggiunga, inclusi gli eventuali input di fantomatici (continuo a non credere allo strumento blog) lettori volenterosi.

A chi Giova?

diario 17/12/2009

A chi giova?

 

Con il ruzzolone che ha avuto la politica nazionale dopo il 13/12 (l’attacco al Presidente del Consiglio in Piazza del Duomo a Milano), e il guazzabuglio di strumentalizzazioni (a destra), lo stupore imbarazzato del Centro Sinistra, occupato più che altro a difendersi dall’attacco strumentale di parte della Maggioranza, e le irrefrenabili paranoie di complotto della sinistra extraparlamentare, qui bisogna cercare di mantenere dritta la barra sulla lettura dei perché.

 

1. Ipotesi del complotto “diretta”: la messa in scena integrale. Io non ci credo, credo di avere visto negli occhi del Cavaliere, in quelle frenetiche immagini, il terrore, dolore (nel senso di bua!!!) e incredulità di un uomo colpito e sorpreso (in negativo) sul serio, così come, in quelle fresche di oggi (il giorno dell’uscita dall’ospedale), uno sguardo di persona viva e ferita, anziché il consueto sguardo vuoto da squalo: ho sempre osservato le foto e i primi piani Tv dell’uomo, fin dai primi anni della sua comparsa, e ho sempre avuto un brivido, perché non ci ho mai visto una singola emozione. Lo sguardo, insomma, di chi sa nascondere abbastanza bene quello che davvero pensa.

2. Ipotesi del gesto isolato e casuale, aiutato dall’incompetenza e approssimazione della security ravvicinata e no del Presidente del Consiglio (da confrontare con la vicenda delle foto scattate nella villa in Sardegna – se c’è arrivato un teleobbiettivo, ci arrivava anche un fucile), fatto gravissimo, indipendentemente dalla qualità dell’uomo in carica.

3. Ipotesi dello sgambetto/segnale appioppatogli da settori della sua stessa maggioranza.

 

Per il momento, non sposiamo nessuna delle tre ipotesi, ma facciamo il gioco del “cui prodest” latino – a chi giova?

 

In questi primi giorni post 13/12, con il Cavaliere blindato in ospedale, abbiamo assistito alla selvaggia offensiva strumentale dei “falchi” del Centro Destra, parallelamente a un tentativo di dialogo con parti dell’Opposizione e sotto la faticosa mediazione del Presidente della Repubblica, contemporaneamente alla messa sotto voto di fiducia, alla Camera dei Deputati, della Legge Finanziaria, la più importante scadenza legislativa annuale per ogni Governo di questa Terra. Su questo fronte si è consumata, apparentemente, l’ennesima scaramuccia interna al Centro Destra, il Presidente della Camera contro il Ministro dell’Economia. Sul fronte della trattativa con Presidente della Repubblica e Opposizione, ancora il Presidente della Camera, molto attivo anche nel relazionarsi con il Presidente del Consiglio in ospedale. La mia prima, e seconda, impressione, è stata “prove generali di un Centro Destra senza il Cavaliere”, una specie di test di tenuta dell’indirizzo politico della classe politica e di potere cresciuta in 15 anni nella scia del Capo.

 

Nel caso dell’ipotesi 1.: Berlusconi ordisce la messa in scena (quindi sangue finto e regia accurata della fiction – continua a sembrarmi troppo fantasioso -) ad uso e consumo, oltre che dell’opinione pubblica in generale, dei suoi colonnelli. Da notare che il Ministro della Difesa, presente in piazza del Duomo, non è stato per nulla tra i più scatenati nella strumentalizzazione delle ore successive. Il tutto ordito, da chi?, allo scopo di vedere chi e come si comporta in assenza dell’altrimenti ferreo controllo del Cavaliere. 2. Gesto isolato imprevedibile, gestito però con un piano politico e di comunicazione di contingenza: questo suggerirebbe se non altro che, ai puri fini della conservazione, gestione e perpetuazione del potere, questa maggioranza è ferrea, e quindi estremamente pericolosa per la democrazia di questo Paese. 3. Come già accennato in un post precedente, manipolazione occulta dell’individuo debole, induzione all’atto reale (botta, sangue e lesioni vere), segnale di parte della maggioranza al Cavaliere. Reazioni a ruota libera dei Falchi, operazioni a ruota libera delle Colombe, in mezzo a guardare in molti, forse proprio i più silenziosi gli ipotetici mandanti della cosa.

 

Per chiarire quale dei tre scenari, tutti e tre pericolosi per la Repubblica, sia più verosimile, sono da attendersi gli atti politici delle prossime ore, con il Presidente del Consiglio, sebbene defilato per motivi medici, che riprenderà o meno un evidente controllo della situazione.

 

Di tragico c’è che le opposizioni non sembrano avere piani di contingenza per la difesa della democrazia e della Costituzione repubblicana vigente, perché in tutti e tre gli scenari prospettati, esse sono comunque in pericolo. Non c’era prima, non c’è adesso, non ci sarà in futuro, possibilità di dialogo con questo Centro-Destra, perché il suo nemico è la nostra Costituzione.

La disavventura del Cavaliere 2

diario 15/12/2009

Si diceva in un precedente intervento del prevedibile selvaggio sfruttamento politico-propagandistico della vicenda di piazza del Duomo da parte del Centro-Destra, strumentalizzazione oggi in pieno dispiegamento, mentre il copione prevede oggi che il Cavaliere, Martire, Miracolato e Attonito, resti custodito in ospedale (sempre un giorno di più), in modo che resti lontano dagli occhi ma sempre vicino al cuore dei suoi affranti e commossi sostenitori, ad uso e consumo dei quali è montata tutta la sceneggiata.

E’ lo stesso sviluppo verbale della campagna politica post-aggressione a spiegare, a chi non ha la mente ottenebrata 1. dalla fedeltà acritica al Mito del Capo, 2. dalla paura di essere scambiato per fomentatore d’odio, lo sviluppo e l’utilità dell’episodio per determinati fini politici. La maggioranza è in difficoltà, per essersi finora avvitata, abbastanza servilmente, intorno alle priorità uniche del Capo che, abbastanza senza vergogna, si è dedicato, soprattutto in questa legislatura, a due obbiettivi esclusivi, 1. evitare di essere processato, 2. coltivare un’immagine impossibile di fascino ed oggetto di amore universale, entrambi sintomi di un declino senile del quale devono essersi accorti persino i suoi più fedelissimi. La difficoltà è aggravata dal fatto che, investite tutte le energie in queste due sterili priorità, non è rimasto nulla che permettesse di affrontare i reali problemi del Paese, per essere più diretti, dei cittadini, che sono il Paese, vale a dire disoccupazione, carovita, sfruttamento economico, vessazioni fiscali, impositive e bancario-assicurative. I mediocri figli politici della Prima Repubblica che costituiscono la fanteria del Centro Destra, riciclatasi sul treno del Cavaliere, non hanno gli strumenti tecnici, intellettuali, politici e morali per affrontare l’incredibile, per loro, obbligo di servire lo Stato, cioè i cittadini, anziché loro stessi, e quindi non sanno escogitare niente di meglio che sempre nuove soluzioni repressive per il dissenso, che evidentemente si vorrebbe scomparso, in una visione da incubo di folle festanti ed osannanti ad ogni alito del Capo e, a scendere, di chi sta con lui.

Particolarmente pesante è il latrare dei cani da guerra della destra, i due giornali d’assalto, Il Giornale e Libero, che sembrano tirarsi fuori da qualsiasi invito alla moderazione dei toni. Per fortuna non convinceranno nessuno di nuovo, anche se, purtroppo, consolidare gli odi e i pregiudizi, figli dell'ignoranza dei fatti e della Storia di questo Paese, dei già fedelissimi non è esattamente quel tipo di azione moderatrice che si vorrebbe invece obbligatoria per gli oppositori.

Questi ultimi non dovrebbero lasciarsi intimidire: l’episodio va letto, e gestito politicamente e mediaticamente (ove possibile, le TV ce le ha tutte l’altra parte…) sui due piani già indicati dai politici di centro sinistra più coraggiosi: l’accaduto è deprecabile, ma, ammesso e non concesso che si sia trattato di una iniziativa isolata del povero Tartaglia, e non, come si ipotizzava in uno scritto precedente, di una manipolazione informativa orchestrata nella stessa Maggioranza, l’opposizione alla politica del centro destra deve essere semmai più feroce e intransigente. Corte Costituzionale, Magistratura e Presidente della Repubblica non possono essere lasciati soli, soprattutto il Presidente Napolitano che, sebbene con parole alate, sta tenendo sui citati due piani la lettura dell’accaduto e l’interpretazione della situazione, in attesa che i mastini di Libero e il Giornale, liberandosi degli ultimi freni inibitori, non se ne accorgano e passino la soglia del vilipendio al Capo dello Stato. Le forze sane di questo Paese già hanno mostrato il loro senso di responsabilità, oltre che in occasione della Resistenza Antifascista,  in due precedenti occasioni nella Storia della Repubblica, durante e dopo la stagione delle stragi partite con Piazza Fontana, durante e dopo gli Anni di Piombo, quelli delle Brigate Rosse. Continuino la tradizione, ora, perchè un emergenza, un pericolo serio c'è, e c'è anche per i molti, inconsapevoli, acritici, affascinati, ipnotizzati, sostenitori popolari di questa maggioranza.

Infine, la lettura di quanto viene fatto abilmente filtrare delle reazioni del protagonista: 1. lo sconcerto della povera vittima “Perché tanto odio?”, le lacrime in occasione di alcune visite illustri, ossia il genuino stupore (la recita del) di una mente ormai debole e monomaniaca, alla voce, ricerca (delusa) di amore universale e continuato, scopo, rafforzare l’elemento emotivo-empatico di una parte del suo sostegno popolare, 2. il premeditato centellinare di moderazione, umanità e fragilità umana da parte sua, in vista del suo rientro nel ruolo di salvatore della patria, per mezzo di un possibile appello a moderare i toni (diretto alla componente moderata del suo elettorato), in futuro, però tassativamente legato (non potrebbe essere diverso) alla richiesta di non essere criticato né, soprattutto, processato, richieste evidentemente inaccettabili, e premessa per un più serio che in precedenza tentativo di stretta autoritaria, in pratica, la premessa ad un colpo di Stato istituzionale, regalo, questo, alla componente più estremista e francamente fascista del suo elettorato.

In tutto questo, il Cavaliere rimane, comunque, il burattino, l’uomo immagine, di un blocco di poteri, vecchi ed occulti (destra politica ed economica), e nuovi e palesi (la sua fanteria), affamati entrambi di risultati (sempre meno diritti per i lavoratori, detassazioni per le imprese, libertà di capitalismo selvaggio, Stato di Polizia, razzismo militante, diritto di "Lei non sa chi sono io", insomma, revanscismo fascista) troppo a lungo ritardati dall’ormai evidentemente eccessiva personalizzazione, intorno alla figura del Cavaliere, dell’azione politica del Centro Destra. Azione, e programma politico, che non dicono nulla di buono per i cittadini di questo Paese, ridotti, come ma forse un po’ di più che in altri Paesi occidentali, a classe di consumatori obbligati, che abbiano o meno un reddito, il che non va per niente bene. Le iene al seguito del Cavaliere vogliono la loro parte di carogna. La vigilanza, e l’eventuale Resistenza, sono sempre più d’obbligo, e quando quella parte politica attacca in quel modo, non è saggio fermarsi e riflettere più di tanto. L’Odio lo hanno cominciato loro, è nella loro natura, dovremmo saperlo da decenni. E la Costituzione di questa Repubblica è stata pensata esattamente contro questo genere di persone e poteri. Teniamolo bene a mente.

L'ultima disavventura del Cavaliere

diario 14/12/2009

Nelle prime ore dopo l'incidente occorso al presidente del Consiglio dopo il suo comizio a piazza del Duomo di Milano, sono corse, ovviamente, già molte e diverse letture ed interpretazioni. Della strumentalizzazione pronta e spietata da parte del Centro Destra non c'era da aver dubbio. Ovvio che le menti più lucide dell'opposizione abbiano controbattuto che il clima avvelenato sia arrivato in primo luogo proprio da quella parte politica. Infantile, ma dovuta ad un riflesso condizionato da, purtroppo 40 anni di sospetti e veleni (è il 40esimo della bomba di Piazza Fontana), la reazione di parte della base della sinistra che il tutto sia stato un complotto progettato proprio per mettere il Cavaliere nella parte della vittima, condizione sperimentatamente foriera di consenso elettorale.

Io mi permetto di azzardare un'ipotesi un po' più ardita, ma forse un poco più ragionata. Il ragionamento è quello che segue.

1. Difficile, anzi credo impossibile, che il presidente del Consiglio abbia accettato di farsi spaccare la faccia (fa male, porca miseria!!!) per una messa in scena sia pur ad elevato valore aggiunto in termini di propaganda. Sembrerebbe una di quelle scene poco credibili dei film dove l'infiltrato di turno nella gang criminale si fa spaccare la faccia dal collega poliziotto per mantenere il suo status di fido compare agli occhi dei complici. E' una sciocchezza.

2. Che il Cavaliere attraversi un momento di difficoltà, politica e pratica, è palese. Prima i casi personali, con la pubblicizzazione, da parte della sventurata moglie, dell'inizio delle pratiche di divorzio, e con il corollario pecoreccio degli scandali sessulali - sciocchezze. Poi i ben più gravi problemi legati ai suoi scacchi nella sua battaglia permanente contro i procedimenti giudiziari che lo riguardano. I tentativi, per ora rintuzzati dalla Corte Costituzionale, di far legiferare dalla sua maggioranza la propria impunità, hanno lo scopo di non farsi processare, ossia, di impedire di essere visto come imputato, quindi persona sospettabile (questione di immagine, al quale l'uomo è ipersensibile), oppure, se l'uomo ha effettivamente la coscienza non limpida, di evitare le condanne che, se ha commesso davvero qualcosa di illecito, sa che non potrebbe evitare. Il suo nervosismo permanente sull'argomento indica che per lui la priorità è quella.

3. Che questa sia ormai la priorità unica del Cavaliere, però, è chiaro che non può esserlo necessariamente anche del gruppo di potere che si è costituito al suo traino, che di priorità può averne tante e molteplici, e non necessariamente tutte in consonanza, aspetti personali a parte, con quelle del Capo. Nei primi anni della parabola politica del signor TV, chi è salito sul suo carro lo ha fatto certamente convinto dagli indubbi vantaggi pratici, la disponibilità di denaro, e quindi di potere dell'uomo, ed ovviamente il suo invincibile potere mediatico. Nei 15 anni seguenti, fino ad oggi, numerosi personaggi si sono conquistati, all'ombra del Capo, posizioni di potere abbastanza solide, destinate a rimanere tali anche nel caso in cui quello scompaia all'improvviso. Con il tempo, conosciutio il proprio pollo, in molti devono avere certamente cominciato ad usare il Cavaliere, piuttosto che continuare ad esserne usati. Con la deriva senile del Cavaliere (a questo, e non ad altro, possono essere ormai quietamente attribuite le sue intemperanze caratteriali e comportamentali, anche nella vita privata), la classe dirigente cresciuta alla sua ombra può cominciare a sentirsi stretta nella eterna condizione di seconda linea, e, in generale, anche un po' in imbarazzo, e non solo per motivi di immagine, ma anche per vari motivi di interesse pratico.

4. Che questa cordata di potere affondi le sue radici anche nella torbida commistione di interessi che ha segnato gli ultimi 40 anni di storia repubblicana, dai revanscismi neofascisti, poteri economico-imprenditoriali a tendenza autoritaria - destra economica - , con l'appoggio di servizi segreti interni ed esteri, è purtroppo un sospetto più che ragionevole. Se ai tempi di Piazza Fontana, in vista di un fantomatico Pericolo Comunista (e qui la cultura è la stessa del Cavaliere, almeno, lui ha pescato nel bacino emotivo di quella parte di elettoratoper ottenere consensi), servizi stranieri (americani) possono avere usato i neofascisti per innescare la famosa Strategia della Tensione per garantire la fedeltà atlantica dell'Italia attraverso l'ipotesi di una stretta autoritaria di destra sul Paese (che per fortuna fu sventata), oggi il Pericolo Comunista, sul serio, voglio dire, non esiste più. Però certa politica estera del Cavaliere, in economia, non è esattamente filo-occidentale, si vedano i rapporti economici stretti, per esempio nel settore energetico, anche con le aziende del gas russe, in particolare sul progetto strategico di un complesso di gasdotti alternativi, e in un certo senso contrapposti, a progetti sponsorizzati dal tradizionale blocco politico ed economico riferibile all'Occidente. Se ci aggiungiamo che i, per ora, sospetti di collusione con la Mafia siciliana, che affondano le loro radici negli anni dell'ascesa del Cavaliere come imprenditore, rischiano, in caso che vengano a processo, di svelare qualcosa che, forse, il presidente del Consiglio non vuole siano svelati, e se i messaggi in codice di neo-pentiti e boss in servizio rischiano di creare nuovi problemi al Capo, con il risultato di polarizzare troppo l'attività del governo sulla figura e sui problemi del Capo, diventa plausibile il desiderio del suo equipaggio di buttarlo a mare. Cominciando dal mandargli dei segnali non più solo politici. Che un isolato come il povero grafico di Cesano Boscone, magari opportunamente pre-maniploato con discrezione da addetti a questo genere di lavori, sia arrivato a colpire così bene e così da vicino il suo obbiettivo sembra una pecca troppo grossa per un servizio di sicurezza multiplo, sia privato che istituzionale, che abbia senso. Non credo sia folle pensare che l'incidente sia stato, se non pilotato, per lo meno favorito, comunque in qualche modo progettato, per la serie "Capo, datti una calmata/fai un passo indietro, ti possiamo mettere in pericolo quando vogliamo/tu dipendi da noi, e non più noi da te". Il Cavaliere resterebbe in sella, ammaccato, ed avvisato, le sue priorità personali potrebbero passare più in secondo piano rispetto a quelle della sua ex cordata di fedeli. Almeno, questo il tentativo.

Uno scenario possibile, a mio parere plausibile, nelle alte sfere del potere, ci insegnano numerosi testi, non si risparmiano colpi.

A meno che l'incompetenza, anche in questo settore, la security, non sia davvero uno dei segni distintivi di questa società italiana di oggi, sotto molti aspetti già piuttosto disgregata. E forse questo episodio è solo un brutto esempio di ignoranza, incapacità, dilettantismo e stupidità. A tutti i livelli.

Israele, un caso di coscienza (Haaretz)

diario 16/1/2009

 
Last update - 08:21 16/01/2009
Ari Shavit / Gaza op may be squeezing Hamas, but it's destroying Israel's soul
By Ari Shavit, Haaretz Correspondent
Tags: gaza, hamas, israel news 

On Thursday it happened, conclusively - Operation Cast Lead turned insane. Attacking any densely populated city is a serious act at any time, but when Israel's international legitimacy is being ground to dust, such an attack is nothing but madness. 



Shelling a United Nations facility is something not to be done at any time, but doing it on the day when the UN secretary general is visiting Jerusalem is beyond lunacy. The level of pressure the Israel Defense Forces has been exerting on Gaza may be squeezing Hamas, but it is destroying Israel. Destroying its soul and its image. Destroying it on world television screens, in the living rooms of the international community and most importantly, in Obama's America.
Israel is not Russia and Gaza is not Chechnya. Israel cannot deal with its enemies the way belligerent superpowers deal with theirs. Wars must be just and proportional.

Without being just, Israel cannot triumph on the battlefield. Without a sound moral foundation any Israeli victory is Pyrrhic.

Twenty-one days ago the campaign against Hamas was balanced and right. About a week ago it started slipping and in the last few days it has crossed every line. True, Hamas is in distress, its leaders are being killed, its prestige is dwindling. But this cannot change the fact that what began as a vital, calculated military operation has become a riotous rampage in a populated area. At any given moment the rampage could end in disaster.

The prime minister has apparently decided to act like some kind of Putin. If he ended his first war with no clear conclusion, he will end his second one with a scorched earth. But one should also ask, where is Defense Minister Ehud Barak, who is supposed to "look the truth in the eye" in his election campaign? And where is Foreign Minister Tzipi Livni, who claims to have the courage to change things?

After two weeks of serving their state, they are now in cahoots with licentious military moves.

In a few days the fire will cease and the fog will disperse, revealing the horror. Hamas will be crushed, but pictures of outrageous destruction and killing will flood the world. Beirut's "Waltz with Bashir" will pale by comparison to Gaza's waltz with Olmert.

Then we'll discover that we will not be paying the price of the past week's belligerent escapade only in Obama's America. We will be paying it with the damaged souls of our sons and daughters.

Una breve nota: niente di meglio che divulgare il pensiero delle menti più lucide nella stessa Israele, per screditare ogni pretresa di ragione nell'operazione Piombo Fuso, e mettere in evidenza il lavaggio del cervello che decenni di propaganda di regime sionista hanno fatto ai poveri cittadini israeliani...e soprattutto ai sostenitori senza se e senza ma (ma che si guardano bene dall'andare a vivere in Israele) di casa nostra.

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Israele, non son tutte rose

diario 14/1/2009

 

13/01/2009 Three Questions of Confusion
By Ariel Rubinstein
Yediot Aharonot
 
1. In all of Israel’s wars, most of Israel’s soldiers maintained “purity of arms” and moral conduct, though some “irregular acts” occurred. Is it possible that the IDF soldiers of the winter of 2008-09 are of an even higher quality? Could it be that Israeli society
                    
is plagued by violence at nightclubs, in the streets and on the roads, yet the young Israelis in uniform are all “different”? Is it possible that the pressure, the fear, the feelings of vengeance and the chill of night have not led some of them to deviate from the army’s orders? Could it be that a society that does not excel in respecting others has, nonetheless, raised a generation of soldiers who all maintain strict respect for the dignity and property of Palestinians when resting in their bedrooms? If the lack of reports about exceptional incidents reflects the actual conduct on the ground in the Gaza Strip, then it shows that Israeli society has indeed improved and constitutes a source of pride for all of us. However, because the IDF has been so effective in implementing the lessons of the Second Lebanon War, we are unable to confirm that this is not a mere fantasy. In order to enable us to confirm our moral greatness, would it not be best to return the cell phones to the IDF soldiers in Gaza and allow journalists to accompany them and file reliable reports from there, without the Military Censor preventing them from publishing “irregular” news?
 
2. The leaders of the campaign speak (or remain silent) as if they are putting aside personal and party considerations. Ostensibly, this reflects an amazing improvement in the quality of Israel’s leaders as well. In the past, Israeli politicians (not to speak of foreign leaders and enemy leaders in particular) have not hesitated to mix elections and wars. Throughout the world, politicians are people with inflated egos, who find it harder than other people to suppress their urges. It is hard to imagine that a reasonable person in the place of Barak or Livni would ignore the election trauma of 1996 and initiate a ceasefire that will likely be violated with a volley of Qassams two days before the elections, and three days before Netanyahu celebrates his glorious victory. So, despite the fact that I have no (additional) reason to doubt that Olmert, Barak and Livni are three leaders of a different type, perhaps it would be worthwhile for us all to verify that “a redeemer has come to Zion.” Instead of talking about postponing the elections, why not hold them earlier? Everyone knows the candidates, the campaign propaganda is boring and another season of “Survivor” has already begun. If there are technical difficulties involved in conducting elections under fire, they could be held over the course of two days. In short, why not hold the elections next Tuesday?
 
3. The elections of 2009 are also described as critical. I personally find it hard to discern the substance of the historical decision. The three large parties are surprisingly similar this time. Their leaders agree that we should exact an endless price of blood from the enemy and make the rest of its miserable life more burdensome – all in order to restore the deterrent power the IDF has lost. All of them want Israel to persuade the world that the boss in the Middle East knows how to go crazy. The three of them only intend to promote negotiations with the Palestinians and do not have the guts to evacuate settlements. All of the parties declare their desire for peace with Syria without conceding all of the Golan Heights. There is also no significant difference in the positions of the parties in regard to social, economic and religious issues. And I almost forgot: All of them are in favor of changing national priorities and assigning top priority to education. The most important question I find in the 2009 elections is whether Ephraim Sneh will receive more votes than Uzi Dayan received in the previous elections. And here is another reason to hold the elections earlier: The elections in 2010 will surely be even more crucial.

Israele, Censura e Propaganda

diario 12/1/2009

 

Ogni giorno, di solito tra le 16 e le 17 ora italiana, sul canale satellitare in inglese di Al Jazeera, i cui giornalisti sono un gruppo multinazionale dove spiccano ex collaboratori, per esempio, di BBC e CNN, tutti navigati professionisti, passa il portavoce del premier Ehud Olmert, Mark Regev. I conduttori gli fanno domande rispetto a quanto la redazione riceve, in termini di immagini, testimonianze, notizie, eccetera, sui danni alla popolazione civile palestinese e sulla conduzione delle operazioni isreliane. Il signor Regev è giovane, di bell’aspetto, elegante, educato, molto professionale, e ha dei modi abbastanza convincenti, dal punto di vista televisivo è il perfetto fidanzato che ogni mamma vorrebbe per la propria figlia.

Tranne che per una cosa. Sottoposto, da giorni, a domande specifiche su alcune brutte tragedie denunciate da agenzie ONU o dalla Croce Rossa Internazionale, come il bombardamento della scuola delle Nazioni Unite dove erano rifugiate diverse centinaia di sfollati, del perché intere famiglie sarebbero state fatte trasferire dai militari israeliani dalle loro case in prima linea in altri edifici, solo per essere poi bombardati, dal perché impediscono alle ambulanze degli ospedali di avvicinarsi alle case colpite per soccorrere i feriti oppure recuperare i morti, eccetera eccetera, tutte cose per cui l’agenzia per i diritti umani dell’ONU ha appena emesso una risoluzione di condanna per Israele per crimini di guerra, il signor Regev non risponde, o meglio gira intorno alle domande senza rispondere davvero (“non mi risulta”, “la Croce Rossa non ci ha parlato di questo”, “le sue informazioni devono essere errate”,eccetera) e accusa la stampa, in pratica Al Jazeera, che è l’unica TV internazionale presente con propri corrispondenti a Gaza, visto che la stessa Israele ha proibito, con il blocco degli ultimi mesi della Striscia, ai reporters stranieri di entrarvi, di farsi portavoce della propaganda di Hamas, e che quindi dovrebbe fidarsi ciecamente di quanto viene riferito dai portavoce governativi israeliani.

Secondo Regev, a Gaza c’è stato, c’è, un regime totalitario terrorista, quello di Hamas, che riuscirebbe, anche nel caos di questi giorni, a controllare in modo ferreo ogni singola informazione. Se così fosse davvero, presto Hamas dominerà il mondo. Ma non è così.

Il portavoce del premier israeliano sa accusare, sempre con il sorriso sulle labbra, l’emittente che lo intervista di fare affidamento solo su fonti di parte, e di fare il gioco di Hamas mostrando solo immagini dei feriti palestinesi, di fare cioè “propaganda della sofferenza”, e di non tenere conto per esempio dei civili israeliani sotto i razzi di Hamas. Peccato che Al Jazeera abbia delle troupe anche in Israele, e che quando un razzo di Hamas colpisce i civili israeliani, sia là a riprendere danni, feriti e pianti, oppure rimanda semplicemente le stesse immagini messe in onda dai canali TV israeliani.

Quello che dà fastidio a Regev e ai suoi capi, naturalmente, è che qualcuno si permetta di mostrare immagini e dare notizie non passate attraverso il filtro della censura militare israeliana, la stessa che obbliga, da quindici giorni, le troupe TV internazionali al confine con Gaza a non effettuare riprese di movimenti di truppe, né di dare notizie a voce degli stessi movimenti, pena l’arresto e l’espulsione. Quello che irrita i portavoce israeliani è che al mondo ci sia chi si permette di non accettare solo ed esclusivamente il punto di vista israeliano, lo ha detto chiaramente alla fine della quotidiana intervista-farsa di oggi, a precisa domanda del conduttore, “lei sostiene dunque che la versione israeliana è sempre quella giusta?” “E’ esattamente quello che intendo dire” ha risposto l’ineffabile Regev in fine di collegamento.

E nonostante tutto questo, Israele resta un Paese democratico con una stampa libera, la TV non so, perché non so l’ebraico, che dà spazio a voci critiche e contrarie alla linea ufficiale del governo. Voci che raramente sono riprese dagli altri media occidentali, bloccati fuori dei confini di Gaza, che loro sì, sono costretti, danno solo la versione israeliana. Che, secondo Regev e colleghi, è l’unica che valga la pena di ascoltare. La circostanza è, come minimo, sospetta.


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Israele, le contraddizioni vengono a galla

diario 12/1/2009

 

Alla terza settimana di guerra su Gaza, la dirigenza e l’opinione pubblica israeliane cominciano a essere percorse da dubbi e divisioni. Basta scorrere l’edizione online del principale quotidiano israeliano Ha’aretz per rendersene conto, un bagno di realtà al di sotto della apparentemente monolitica determinazione di Israele di “farla finita con il terrore di Hamas”.

Il premier Olmert (che non è candidato alle elezioni), è d’accordo con i vertici delle IDF (l’esercito israeliano) e dei servizi di sicurezza, lo Shin Bet, per proseguire le operazioni militari, alla ricerca dell’unica soluzione possibile, secondo il loro modo di vedere, l’uccisione o la cattura dei capi di Hamas nella Striscia. Obbiettivo di per sé insufficiente, dato che gli alti dirigenti del partito islamico sono al sicuro all’estero, oltre che fitto di futuri problemi politici per un Israele già sotto accusa più o meno velata, da parte di numerose diplomazie anche occidentali, di avere se non commesso, camminato troppo lungo il sottile confine tra dolorose necessità belliche, e veri e propri crimini di guerra.

La ministra degli Esteri Tzipi Livni ed il ministro della Difesa Ehud Barak (candidati, invece, alle prossime elezioni), sembra credano che le operazioni si possano fermare, anzi che si sia già “andati oltre il necessario”. La responsabile della diplomazia israeliana avverte la pressione della comunità internazionale, ed il ministro della Difesa teme, con le probabili, ingenti perdite tra i militari sul campo nel corso di una fase operativa di combattimento urbano, di assistere all’erosione di un consenso elettorale che si è costruito con l’operazione Piombo Fuso.

Tra i commentatori ed analisti israeliani che scrivono, per esempio solo oggi, su Haaretz, la stragrande maggioranza comincia a esprimere i propri dubbi sulla liceità e, in ultima analisi, sull’opportunità del conflitto in corso. Sono i fantasmi dell’operazione in Libano dell’estate 2006, una inutile strage ed un fallimento politico e tattico, a tormentare le coscienze di questa parte dell’opinione pubblica, fantasmi il cui aspetto e i cui movimenti assomigliano un po’ troppo a quelli di oggi a Gaza: obbiettivi, sia militari, che politici troppo vaghi, volutamente vaghi (fermare i razzi di Hamas, smantellare la capacità militare di Hamas, garantire la quiete dei cittadini di Israele, eccetera…) e, secondo qualcuno, velleitari, da irraggiungibili, a non determinanti. Come in Libano nel 2006, oggi a Gaza una prima fase di soli attacchi aerei a bersagli pre-selezionati, con l’illusione, la stessa dei sostenitori esterni, che una buona lezione potesse indurre Hamas ad arrendersi, come la popolazione civile a ribellarsi ad Hamas. Non è successo in Libano con gli Hezbollh, non è successo con Hamas a Gaza. Non può succedere quando un esercito convenzionale attacca una guerriglia e la popolazione civile di cui, almeno in parte, può essere espressione. La macchina militare di Tzahal è andata avanti, l’aviazione ha esaurito, secondo l’espressione di un commento apparso oggi su Haaretz, la sua “banca dei bersagli”, e quindi il cieco automatismo delle IDF, mai come negli ultimi anni politicizzate nel senso dell’estrema destra ultranazionalista di Israele, è passata a bersagli più “opportunistici”, ossia a bersagli francamente civili, come confermato dalle agenzie delle Nazioni Unite e dalla Croce Rossa Internazionale, presenti sul campo a raccogliere i cocci, so,o per tenere alta la pressione in attesa di una decisione politica inequivocabile. A questo, i militari e Olmert, che per ora, dal punto di vista elettorale, non ha nulla da perdere, hanno fatto seguire l’intervento delle truppe di terra, tuttora esitante, ma in graduale intensificazione, in attesa della decisione politica definitiva che uscirà dal braccio di ferro tra il primo ministro uscente ed i due candidati premier, la Livni e Barak, i quali, da perdere, ne hanno, eccome, sul fronte politico in generale.

Livni e Barak, se uno di loro vincesse le elezioni, si troveranno sulle braccia la responsabilità del dopo, una situazione irrisolta, ovvero la reazione politica dei palestinesi, nei quali le perdite umane e materiali subite non potranno che alimentare risentimenti, sfiducia e radicalizzazione dello scontro, e quindi, probabilmente, ulteriore violenza. Se perderanno, sarà a vantaggio di Benyamin Netanyahu, dell’estrema destra del Likud, erede politico di Menachem Begin e di Ariel Sharon, il fronte più militarista ed estremo del panorama politico di Israele, quello più disposto a mantenere Israele nel rifiuto di ogni concessione ai palestinesi e, quel che è peggio, ancora più totalmente indifferente alle pressioni internazionali, insomma, il partito degli unilateralisti israeliani.

C’è una sottile disperazione, che emerge dalle righe dei commentatori ed analisti di Haaretz, il dubbio che Israele, una volta di più, abbia aumentato il suo distacco dalla realtà, e che sia così prigioniero del mito della propria invincibilità e intoccabilità, un mito che crede di poter materializzare in una realtà che non è però concretizzabile. Non ci sarà mai vera pace, per Israele, se continua in questo modo, uno Stato che si rinchiude da solo in un ghetto autocostruito, un’isola di prosperità e benessere, anche democrazia, certo, ma dietro i muri ad alta tecnologia che sono diventati, incidentalmente, il suo maggior prodotto di esportazione, e che oggi, come in altre occasioni, trascinano in alto, a guerra in corso, le quotazioni della sua Borsa azionaria, dove le aziende legate al settore della sicurezza privata, dell’alta tecnologia elettronica per la sorveglianza e degli armamenti, fanno la parte del leone.

Riuscirà mai Israele a vedere se stesso come un Paese normale?

www.haaretz.com